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Palazzo_enciclo

Visitare la Biennale d’Arte di Venezia è sempre stimolante e quest’anno più del solito. La parte più interessante di questa 55a Esposizione è certamente la mostra curata da Massimiliano Gioni intitolata Il Palazzo Enciclopedico. Divisa tra il Padiglione Centrale dei Giardini e l’Arsenale, la mostra raccoglie più di 150 opere, tra arte contemporanea, reperti storici e oggetti trovati, senza fare distinzioni tra artisti (più o meno famosi) e dilettanti. Il filo rosso che tiene insieme questa variegata esposizione è – come scrive Gioni – “un’indagine sui modi in cui le immagini sono utilizzate per organizzare la conoscenza e per dare forma alla nostra esperienza del mondo”. Per questo motivo la Biennale è piena di cataloghi, inventari, raccolte, opere maniacalmente ripetitive, che il più delle volte si esprimono attraverso il disegno e la pittura. E per questo è anche ricca di personaggi stravaganti, come il papà dell’occultismo moderno Aleister Crowley, il pedagogo e teosofo Rudolf Steiner o lo psicologo Carl Gustav Jung, che, con il suo affascinante Libro Rosso, apre programmaticamente la mostra al Padiglione centrale.
In questa sede si trova secondo me la parte più affascinante della mostra, con un allestimento efficace e delle didascalie sorprendentemente chiare ed esaustive.
Qui di seguito darò conto delle cose che più mi hanno colpito, senza nessuna pretesa di completezza od obiettività, ma semplicemente segnalando opere a mio avviso stimolanti o che mi sono piaciute, con un occhio di riguardo per quelle pittoriche. Delle cose brutte e noiose – di cui tradizionalmente è ricca qualsiasi Biennale – non parlerò.

 

Padiglione Centrale ai Giardini

 

Jean-Frédéric Schnyder

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Jean-Frédéric Schnyder, Apocalypso

 

Apocalypso (1976-78) è una monumentale opera dai toni esagerati e deliranti, una danza macabra tra surrealismo e arte pop, ricca di particolari buffi, scarabocchi e ricercate texture. La tela ricopre un’intera parete della sala, dove troviamo esposte altre opere dell’artista svizzero, dipinte con un raffinato stile finto naif, piene di ironia e riferimenti religiosi.

 

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Tre altri dipinti di Jean-Frédéric Schnyder


Ellen Altfest

La pittrice americana realizza dei piccoli quadri con particolari anatomici (torsi, ascelle, mani, pance) come fossero delle nature morte.
Il corpo umano è dipinto con cura maniacale, pelo per pelo, poro per poro, ma come se fosse una zucca, un sasso o un cactus. Un iperrealismo minimale nella scelta dei soggetti, freddo e preciso nella resa, e un filino inquietante.

 

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Tre opere di Ellen Altfest


Domenico Gnoli

Gnoli, scenografo e pittore italiano, attivo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, è noto soprattutto per i suoi stranianti dipinti di oggetti quotidiani. Ma in questa serie di opere dà sfogo alla fantasia con un surreale bestiario di buffi animaletti. Deliziosi.

 

Gnoli

Due surreali disegni di Federico Gnoli della serie What is a Monster?


Thierry de Cordier

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Thierry de Cordier, Mer du Nord, étude n° 3

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Thierry de Cordier, Mer Montée e Mer Grosse

 

Questo pittore belga dipinge cupe tempeste in mare con colori scuri e freddi. I marosi nascondono orizzonti cinerei, riempiendo due terzi di grandi tele. Sono vere e proprie montagne d’acqua, marmorizzate dai segni nervosi della spuma, non molto diverse dalla minacciosa cima alpina di roccia scura dall’altra parte della stanza. I soggetti si ripetono potenti di tela in tela, trasmettendo un certo senso di disagio e algida malinconia.

 

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Thierry de Cordier, Zeeberg


Imran Qureshi

L’artista pakistano propone una serie di miniature ricche di leggerezza e poesia, adottando una antica tecnica tradizionale (la miniatura moghul) per rappresentare teneri personaggi barbuti in situazioni quotidiane. La serie porta l’ironico e significativo titolo di Moderate Enlightenment (Illuminazione moderata).

 

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Imran Qureshi, due miniature della serie Moderate Enlightenment


Lynette Yiadom-Boakye

Dipinge dei ritratti immaginari, soggetti che escono dalla sua fantasia, resi con tinte brune e pennellate pastose, di grande impatto.

 

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Lynette Yiadom-Boakye


Peter Fischli & David Weiss

Un po’ di scultura, finalmente. La coppia di artisti svizzeri è presente con un centinaio di piccole sculture in argilla cruda (titolo della serie Plötzlich diese Übersicht, All’improvviso una rivelazione) che è una vera e propria enciclopedia tridimensionale di oggetti banali (panini, salsicce, utensili) e rappresentazione di fatti topici, presentati con grande ironia e divertimento.

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Peter Fischli e David Weiss, tre opere della serie Plötzlich diese Übersicht – All’improvviso una rivelazione

 

Le opere qui sopra hanno dei titoli spassosi e come Mick Jagger e Brain Jones vanno a casa soddisfatti dopo aver composto “I can’t get no satisfaction”, Il Dottor Spock guarda il suo pianeta natio Vulcano ed è un po’ triste perché non può provare alcun sentimento e Cattive maniere. Quando l’arte è seriamente divertente.

 

Quelli strani
Come accennavo, la mostra è piena di outsider, e alcuni sono decisamente dei personaggi bizzarri. Tipi come Augustin Lesange, che un giorno, mentre lavora in miniera, sente delle voci ordinargli di diventare un pittore e lui comincia a realizzare delle imponenti composizioni ossessive e simmetriche; o  Emma Kunz, sorta di medium che realizza complessi disegni geometrici su carta millimetrata guidata da un pendolino; o per finire, Levi Fisher Ames, che scolpisce in legno una stravagante fauna di animaletti, con i quali intrattiene il pubblico dei circhi nell’America di fine Ottocento, raccontando curiose storie.

 

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I palazzi simbolici di Achilles G. Rizzoli

 

Ma le cose più interessanti le troviamo entrambe nella Sala 7. Achilles G. Rizzoli, disegnatore tecnico in uno studio di architettura, dagli anni Trenta in poi, passa il tempo libero a progettare complessi edifici immaginari che sono ritratti simbolici di persone a lui care o rappresentazioni di concetti astratti. Sono tavole ricche di particolari e iscrizioni, con architetture eclettiche e fiammeggianti, come i padiglioni delle expo universali tanto di moda tra fine Ottocento e primo Novecento. A dir poco bizzarro.

 

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Un altro fantasioso progetto di Achilles G. Rizzoli

 

L’artista svizzero Oliver Croy e l’architetto tedesco Olivier Elser espongono un enorme tavolo ricoperto di modelli dei più svariati edifici. Si tratta dell’opere realizzate nell’arco di due decenni da un ignoto impiegato d’assicurazioni austriaco, tale Peter Fritz, e scovata da un rigattiere.

 

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La poco fantasiosa città di Peter Fritz

 

Ne esce fuori una cittadina che è l’inventario della più comune e banale architettura di provincia, ma – curiosamente – completamente reinventata dal suo autore. Niente fughe fantastiche, come nei lavori visionari e barocchi di Rizzoli appesi alle pareti della sala. La fantasia di Fritz vola bassa e  il suo più grande talento è usare scarti, oggetti trovati e materiali poveri per realizzare i suoi modellini. Ci troviamo davanti così a due declinazioni di architettura fantastica, una più stravagante dell’altra, realizzate da figure estranee al mondo dell’arte, ma perfettamente in linea con il tema del Palazzo Enciclopedico.

 

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La “città” di Peter Fritz vista dall’alto