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Una mostra di Edward Hopper a Madrid? Allora è il momento di visitare la Spagna!
Il Museo Thyssen-Bornemisza, che ospita la mostra, è  – secondo me –  il più appetitoso tra i vertici del triangolo dell’arte madrileno (gli altri due sono il Prado e il Reina Sofia). Le sue collezioni annoverano dipinti dell’Ottocento americano poco presenti in altri musei europei, oltre ad autori del Novecento come Sheeler, O’Keefe e ovviamente Hopper.
Ho incontrato Hopper per la prima volta su un libro di testo all’istituto d’Arte. Era l’ultimo tomo della storia dell’arte di G.C. Argan e c’era questa piccola foto in bianco e nero del suo Sunday Morning (1930), una via deserta con un palazzo ritratto frontalmente, inondato da una forte luce di taglio. Questo scorcio urbano solitario e banale, ma in qualche modo lirico nella sua quotidianità, mi ha subito affascinato. Forse anche perché Argan lo liquidava con una sola riga: “è un realista senza ideologia, un primitivo senza falsi candori.” 1 Parecchio spazio invece era dedicato al connazionale Ben Shahn, pittore più impegnato e perciò più meritevole di attenzione, secondo la lettura dell’arte fortemente ideologica di Argan. In realtà Hopper, con il suo apparente disimpegno, racconta l’America meglio di chiunque altro, sia quando ritrae la solitudine metropolitana che scorci campagnoli immancabilmente segnati da tracce umane. La natura selvaggia è stata domata dal progresso e dalla civiltà ma incombe inquietante e cupa negli sfondi che sembrano inghiottire case solitarie e palazzi dei sobborghi. Nonostante questa sua vena così poco conciliante e piuttosto dark, Hopper è divenuto molto popolare, influenzando pure il cinema, in cui troviamo evidenti tracce della sua opera a partire dai film noir, passando per Hitchcock (si veda la casa di Psycho) per arrivare a Lynch (la Lumberton di Velluto blu).

 

 

Inevitabilmente la pittura di Hopper è diventata per me presto fonte di grande ispirazione, tanto che ha finito per influenzare alcuni miei quadri. Mi piacciono le sue stanze vuote occupate da persone silenziose e solitarie, enigmatiche, i suoi palazzi dalle finestre come acquari, le sue bianche case di legno che emergono da una notte minacciosa o che si stagliano contro cieli freddi e indifferenti. La sua pittura, così “fotogenica”, dal vero è più viva: si notano le pennellate decise, le campiture vibranti e la stupefacente resa della luce che inonda i suoi interni, che sia quella solare o quella artificiale urbana. Le figure umane, nei quadri visti dal vero, sembrano ancor più dei manichini messi in posa in piccoli drammi misteriosi. Ho sempre invidiato i pittori che riescono a comunicare così tanto con pochi studiati tocchi di pennello. E mi colpisce la teatralità della messa in scena, la possibilità di che lo spettatore s’inventi delle storie (anche se Hopper non avallava questo aspetto della sua pittura).
La mostra, ospitata al pianterreno del Museo, raccoglie un bel po’ di capolavori e non lascia deluso il visitatore. Manca solo il celebre Nighthawks, il suo dipinto più noto, ma ci si può rifare con pezzi altrettanto famosi come Gas, House by the Railroad, Morning Sun e New York Office.
Alla fine del percorso espositivo una ricostruzione scenografica di Morning Sun permette di scattare una foto ricordo “dentro” il quadro. Molto pop.

1 – Giulio Carlo Argan, L’arte moderna 1770/1790, Sansoni, 1984, pag. 618

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